L'isola di Stromboli «Ogni mappa del mondo dovrebbe avere al centro un vulcano. Per onestà.»
J.L. Borges – Finzioni

Stromboli non si annuncia. Emerge dall’acqua come un pensiero antico – lenta, scura, necessaria. Un cono scuro contro il cielo che non chiede permesso. Il vulcano non dorme mai, dicono i pescatori dell’isola, e hanno ragione: ogni notte, dalle sue bocche, i naviganti nel Tirreno riconoscono la sua incandescenza da miglia di distanza.

È un’isola poetica e violenta insieme, punto d’incontro di tutti gli elementi. Il vulcano ogni tanto ricorda chi comanda. Manda fuori lapilli e lava, scuote le fondamenta, ridisegna i bordi del mondo. E l’isola – che su quel fuoco è nata, che da quel fuoco è tenuta in vita – impara a stare in equilibrio su qualcosa che non sta mai fermo. È un patto antico, rude, necessario. Gli alberi trattengono la terra. Le radici tengono il versante. La macchia mediterranea, quella bassa e dura e odorosa di sale, è il tessuto connettivo che tiene insieme tutto. Senza, il suolo scivola. L’acqua travolge. Il vulcano smette di essere casa e diventa solo pericolo.

Gli alberi non sono decorazione. Sono la memoria lenta del territorio — quella che non si scrive, che non si archivia, che si accumula in decenni di radici che affondano e di foglie che cadono e tornano terra. Perderli non è un danno visivo. È un’amnesia. L’isola ha bisogno di cure continue. I versanti, la macchia, i sentieri — tutto chiede attenzione, presenza, mani. Le istituzioni spesso non arrivano, o arrivano tardi, o non arrivano affatto. E allora arriva qualcun altro.

Arrivano i volontari dell’Anonima Riforestazioni, con le piantine sottobraccio e le pale in spalla, a risalire i versanti e rimettere in terra quello che c’era. Arrivano le guide e le persone dell’isola che puliscono i sentieri volontariamente, mantenendoli percorribili e restituendoli a chi cammina. Gesti piccoli, ripetuti, ostinati. La forma più antica di cura.

Stromboli, insomma, continua a fare quello che ha sempre fatto: bruciare, crollare, essere travolta, e poi – lentamente, ostinatamente, spesso senza l’aiuto delle istituzioni – ricominciare a crescere. Come un sistema vivente. Come un’isola che sa di essere viva.