Stromboli non si annuncia. Emerge dall’acqua come un pensiero antico – lenta, scura, necessaria. Un cono scuro contro il cielo che non chiede permesso. Il vulcano non dorme mai, dicono i pescatori dell’isola, e hanno ragione: ogni notte, dalle sue bocche, i naviganti nel Tirreno riconoscono la sua incandescenza da miglia di distanza.
È un’isola poetica e violenta insieme, punto d’incontro di tutti gli elementi. Il vulcano ogni tanto ricorda chi comanda. Manda fuori lapilli e lava, scuote le fondamenta, ridisegna i bordi del mondo. E l’isola – che su quel fuoco è nata, che da quel fuoco è tenuta in vita – impara a stare in equilibrio su qualcosa che non sta mai fermo. È un patto antico, rude, necessario. Gli alberi trattengono la terra. Le radici tengono il versante. La macchia mediterranea, quella bassa e dura e odorosa di sale, è il tessuto connettivo che tiene insieme tutto. Senza, il suolo scivola. L’acqua travolge. Il vulcano smette di essere casa e diventa solo pericolo.

